NEW YORK – Sette anni e mezzo dopo l’attacco alle Torri Gemelle, l’enfasi patriottica che ha accompagnato il faticoso avvio dei piani di ricostruzione viene accantonata per lasciare spazio a un po’ di pragmatismo commerciale: un paio di giorni fa i newyorchesi hanno scoperto che il nuovo grattacielo di 541 metri (1776 piedi, per ricordare l’anno dell’indipendenza americana) che sta finalmente sorgendo dalla voragine di Ground Zero, non si chiamerà più Freedom Tower, Torre della libertà.
I capi della Port Authority – l’agenzia pubblica proprietaria dell’area che deve trovare inquilini a sufficienza per riempire i 102 piani della torre – minimizzano, spiegando che Freedom Tower è un nome affettivo e simbolico che resterà nel linguaggio popolare, ma che, giunto il momento di commercializzare l’immobile (il suo completamento è previsto per il 2013), era logico tornare al suo legale.
Sono scesi in campo anche i conservatori con accuse a raffica: «Non possiamo rinunciare, per una questione di affitti, a un nome nel quale c’è tutto il nostro orgoglio di Paese libero», ha protestato l’ex governatore repubblicano, George Pataki: fu lui, nel 2003, a scegliere il nome di Freedom Tower.
La nuova amministrazione democratica dello Stato di New York, però, non sente la necessità di un’ostentazione immobiliare di patriottismo e anche il sindaco Bloomberg – ex repubblicano, ora indipendente – ha dato una mano: «Personalmente preferisco Freedom Tower, ma capisco le ragioni di chi ha scelto diversamente.
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